Capita spesso: siamo nel bel mezzo di un gioco o stiamo per chiudere la luce della buonanotte e arriva quella frase che non ti aspetti. “Ma io, nella pancia di chi ero?”. Oppure: “Perché quella signora mi ha lasciato?”.

In quel momento è normale sentire un nodo allo stomaco. Si ha paura di sbagliare risposta, di ferire i nostri figli o di stare, in qualche modo, mettendo in crisi il legame che abbiamo costruito con tanta fatica.

Ma una domanda così diretta, più che una prova è espressione di piena fiducia: un momento in cui nostro figlio sente che siamo in grado di reggere il peso della sua storia.

Non servono risposte da manuale o spiegazioni complicate. Serve la verità, quella che un bambino può capire in base alla sua età. Che si scelga di chiamare la madre biologica “la signora“, “la ragazza” o “l’altra mamma“, ciò che conta è lo stile: parlarne con rispetto, senza dare giudizi. Se condanniamo (anche involontariamente) quel passato, il bambino finirà per sentirsi “sbagliato” nelle sue origini. Accogliere la sua curiosità, anche quando non abbiamo tutte le informazioni, è il modo migliore per aiutarlo a rimettere insieme i pezzi della sua vita.

Anche non sapere è una risposta onesta. “Non lo so, ma possiamo cercare di capirlo insieme” trasmette molto di più di una spiegazione improvvisata. I bambini accettano l’incertezza quando sentono che non sono soli in essa.

Accogliere la curiosità del bambino, anche quando non abbiamo tutte le informazioni, è un dialogo che si apre e si riapre nel tempo, man mano che cresce la sua capacità di capire e di sentire.

C’è poi un altro peso che molti genitori adottivi portano sulle spalle: la paura di non dare ulteriori dispieceri ai figli, che hanno già tanto sofferto prima di arrivare nella nostra famiglia. È un sentimento sottile, che spesso ci rende insicuri quando dobbiamo dare una regola o gestire una crisi di rabbia.

A volte evitiamo di dire di NO perché temiamo di essere troppo duri o di riaprire vecchie ferite, rischiando di diventare “ostaggi” dei capricci dei nostri figli, per paura di non essere abbastanza bravi o abbastanza amati. Ma un limite messo con fermezza e amore non allontana un figlio, anzi, lo aiuta a sentirsi contenuto. Un genitore che sa tenere il punto, nonostante le urla, trasmette sicurezza. Gli dice: “Io ci sono, sono forte e non vado via, nemmeno se ti arrabbi“.

La costanza, la prevedibilità, la presenza anche nei momenti brutti: sono queste le fondamenta su cui un bambino adottivo ricostruisce la fiducia nel mondo.

Tutto quello che abbiamo detto fin qui vale ancora di più quando i figli adottivi arrivano in famiglia con già quattro, sei, otto, dieci anni alle spalle. Con una storia vissuta, ricordata, a volte idealizzata. Con un corpo che ha già imparato a difendersi, e una mente che ha già costruito le sue strategie di sopravvivenza.

Con un bambino piccolo, si “scrive” quasi tutto insieme. Un bambino più grande, porta già con sé dei capitoli, il nostro compito è diventare parte della storia senza cancellare ciò che c’era prima.

Un bambino più grande che arriva in adozione spesso porta con sé un lutto che non sa ancora di avere. Oltre la famiglia, ha perso un mondo, una lingua, forse. Un odore familiare, dei compagni di stanza in istituto, una routine, per quanto imperfetta.

In questo caso le domande arrivano come esplosioni di rabbia apparentemente senza motivo, silenzi improvvisi o con continui confronti: “La mia vera mamma non mi diceva così”.

Dietro ogni comportamento difficile c’è quasi sempre una domanda non detta: posso fidarmi in modo da non soffrire ancora?

L’adozione è un percorso costellato di queste e infinite altre sfide quotidiane. Non esistono risposte pronte e non c’è una laurea in “genitori perfetti”. Il legame si costruisce nell’accumulo di momenti ordinari e, ammesso che esista un “discorso perfetto sulle origini”, conterà sempre di più la presenza nella quotidianità e la disponibilità a restare nelle domande (anche le più scomode) e attraversare i momenti difficili.

Per continuare a riflettere (a casa nostra)

Sappiamo che a volte le parole giuste non arrivano subito. Ecco alcuni strumenti che possono aiutarvi ad aprire un dialogo con i vostri figli o a trovare un po’ di respiro nei momenti di fatica.

Da leggere con i figli

  • Mamma di pancia, mamma di cuore di Anna Genni Milioti e Cinzia Ghigliano (Fabbri Editori): Affronta direttamente i bisogni dei bambini verso la madre biologica, spiegando con storie semplici “pancia” vs “cuore” per domande dirette come “nella pancia di chi ero?”, ideale dai 4-7 anni.
  • C’è sempre un nido per me di M. T. De Camillis et al. (Giunti): Racconta l’adozione dalla nascita all’arrivo in famiglia, aiutando a incastrare i pezzi della storia personale senza giudizi.
  • Una giornata speciale (serie Piccola storia di una famiglia, Lo Stampatello): Bambini adottivi spiegano perché non sono “nati dalla pancia della mamma”, con metafore accessibili per i più piccoli.
  • I colori delle emozioni di Anna Llenas: il libro perfetto per parlare con i propri bambini di emozioni e di cosa provano divertendosi insieme. Un mostro pasticcione ha mescolato le emozioni, facendo una gran confusione! Fortuna che ad aiutarlo a rimettere a posto c’è una bambina molto intelligente e precisa.
  • Che rabbia! di Mireille Allancé: Il protagonista è Roberto, un bambino che trascorre una pessima giornata e, tornato a casa, risponde male al padre, si rifiuta di mangiare ed è davvero molto arrabbiato. Solo quando la Rabbia si materializza in un personaggio tutto rosso e dall’aspetto non proprio simpatico il piccolo comprenderà quanto può essere dannosa e come fare ad arginarla.

Per i genitori

Da guardare sul divano

  • Istant Family, di Sean Anders. Una coppia decide di accogliere tre fratelli in affido. Tra caos, crisi adolescenziali e momenti di tenerezza, scopriranno che diventare genitori non è un gesto eroico ma un percorso quotidiano fatto di errori, resilienza e crescita reciproca.
  • Martian Child di Menno Meyjes. Un uomo vedovo adotta un bambino di sei anni che sostiene di provenire da Marte. Dietro la fantasia si cela la fragilità di un minore ferito. Per genitori adottivi alle prese con comportamenti difficili da decodificare nei figli, specialmente nei primi anni di accoglienza.
  • Juno di Jason Reitman. Utile per i genitori adottivi che vogliono iniziare a parlare con i propri figli del concetto di madre biologica in modo naturale e non traumatico.
  • Vero come la finzione (per i più piccoli): Molti film d’animazione come Kung Fu Panda (il secondo capitolo) o L’era Glaciale toccano il tema della famiglia scelta e delle origini in modo simbolico e accessibile.

I volontari dell’associazione All’Improvviso NOI si impegnano tutti i giorni a supportare coppie e famiglie in ogni fase del loro percorso adottivo attraverso ascolto, attività in gruppo, formazione, incontri.

Che tu stia sognando di diventare genitore, sia nel tempo sospeso dell’attesa o stia navigando le tempeste dell’adolescenza, All’Improvviso Noi è il tuo porto sicuro. Entra in una rete di famiglie e professionisti che parlano la tua stessa lingua.


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