Quando glielo dico?….quando mi chiederà qualcosa?…..come me lo chiederà? sono domande ricorrenti che aleggiano costantemente nella mente di molti genitori, soprattutto nei primi anni del percorso adottivo, in attesa di un segnale, una curiosità, un bisogno del proprio figlio o della propria figlia.

A questa domanda si accompagnano anche le fastidiose preoccupazioni su come, da genitori, affronteremo questo momento, se sia più opportuno creare un momento dedicato, se in assenza di domande sia il caso di giocare d’anticipo, spesso il desiderio è che questo sia un momento unico in cui “dire tutto” e poi chiudere l’argomento.

In realtà, parlare di origini più che un momento è un percorso, un dialogo che accompagna tutta la crescita dei nostri figli. Una delle tante sfide del percorso adottivo che, dal punto di vista dei genitori richiede attenzione, ascolto, predisposizione accogliente e positiva rispetto all’argomento, nonostante questo possa portare con sé paure e preoccupazioni.

Ogni bambino ha una storia

Partiamo da qui: ogni bambino adottato porta con sé una storia che è iniziata prima di incontrare noi. Sembra ovvio quando parliamo di bambini più grandi, ma è vero anche per chi è arrivato nelle nostre braccia a pochi mesi di vita.

La sua memoria inizia molto prima della parola. Il suo corpo registra esperienze: ritmi, voci, sensazioni, emozioni già durante la gravidanza. Dopo la nascita, nei primi mesi e anni, continua a immagazzinare esperienze che non diventeranno ricordi coscienti, ma che rimarranno impresse nel corpo, nelle reazioni emotive, nel comportamento.

Questo spiega come spesso, la reazione a un suono, un odore, una situazione possa essere improvvisa e sorprendente, in realtà si tratta di risposte legate a qualcosa che il suo corpo “ricorda” ma la mente non può raccontare.

Per i bambini adottati in età più avanzata, la questione è ancora più complessa. Hanno ricordi più strutturati, ma non sempre accessibili. A volte sembrano aver “dimenticato” tutto della vita precedente, ma questo non significa che quei ricordi non ci siano.

I motivi per cui i ricordi rimangono sommersi possono essere tanti:

  • Il trauma può frammentare la memoria, renderla confusa
  • Il bambino può mettere da parte ricordi dolorosi per concentrarsi sulla nuova famiglia
  • Se proviene da un altro paese, perdere la lingua madre può rendere inaccessibili ricordi legati a quella lingua
  • Semplicemente, può non avere ancora le parole per dare forma a ciò che ha vissuto

Sicuramente i ricordi emergeranno a poco a poco, spesso in momenti inaspettati, attraverso disegni, giochi, comportamenti, domande apparentemente casuali.

I bambini costruiscono la propria identità attraverso le narrazioni che ricevono su se stessi.Chi sono io? Da dove vengo? Perché sono qui?” è questo il materiale con cui vostro figlio sta costruendo il senso di sé.

Quando noi genitori evitiamo di parlare delle origini – per protezione, per paura di far male, per imbarazzo – creiamo un buco nella narrazione che il bambino cerca di costruire.

I bambini hanno bisogno di dare senso alla propria storia. Se non ricevono informazioni, questi vuoti verranno riempiti di fantasie o interpretazioni che non sempre costruiscono narrazioni positive:

  • Sono stato abbandonato perché ero cattivo
  • C’è qualcosa di terribile che i miei genitori mi nascondono
  • Se faccio domande, farò soffrire mamma e papà

Il silenzio non protegge. Anzi, può creare ansia e senso di colpa.

Il bisogno di identità cresce in ogni fase della crescita di nostro figlio che avrà bisogno di ri-ascoltare e ri-elaborare la sua storia molte volte, a diverse età, con diversi livelli di comprensione: da narrazioni semplici e ripetute nelle prime fasi dell’età ( Tu sei nato lontano, noi siamo venuti a prenderti, ora sei con noi e ti vogliamo tanto bene) a domande più specifiche finalizzate a comprendere il “Perchè”? (Ma perché la mia mamma di pancia non poteva tenermi?) fino al bisogno di significati più profondi, in relazione alla storia di altri.

Ogni fase richiede di raccontare di nuovo, non perché cambiamo versione, ma perché nostro figlio ha nuovi strumenti per capire.

Non esiste “il momento giusto” unico e predefinito. Esistono invece tanti piccoli momenti che emergono nella quotidianità della vita insieme. Nostro figlio potrebbe iniziare a fare domande:

  • Durante i compiti di scuola (“Disegna la tua famiglia”)
  • Guardando una mappa o una foto
  • Ascoltando una canzone, sentendo un odore particolare
  • Dopo un film o un libro che parla di separazione o famiglia
  • In macchina, mentre lo portate a scuola
  • Prima di addormentarsi, quando si sente sicuro e protetto
  • In risposta a qualcosa che nessuno poteva prevedere

Il compito (e l’impegno) dei genitori: essere presenti, accoglienti e disponibili quando i momenti arrivano.

I figli mandano continuamente segnali , anche quando non fanno domande esplicite:

  • Nel corpo: tensioni improvvise, cambiamenti nel respiro, nell’appetito, nel sonno
  • Nel gioco: temi ricorrenti di separazione, abbandono, ricerca, ritrovamento
  • Nei disegni: come rappresenta la famiglia, le case, i viaggi
  • Nei comportamenti: regressioni, ansie apparentemente immotivate
  • Nelle domande indirette:Ma tu da piccolo come eri?” può significare “Raccontami di quando ero piccolo io

Ascoltare, nelle relazioni in generale, in questo caso ancor di più significa osservare, essere presenti, creare uno spazio sicuro dove favorire il dialogo.

Molti genitori evitano di parlare delle origini per diverse ragioni, tutte comprensibili:

  • Paura di far soffrire il bambino
  • Paura che il bambino pensi di più ai genitori biologici
  • Senso di inadeguatezza (“Non sono il suo ‘vero’ genitore”)

I bambini percepiscono ugualmente il nostro imbarazzo, la nostra reticenza, il nostro cambiare discorso. E quando un tema diventa “proibito”, potrebbe trasformarsi in silenzio, ansia o argomento pericoloso di cui è meglio non parlare.

Ciò che paga sempre è l’autenticità, sicuramente non saremo costantemente in grado di cogliere ogni gesto e ogni bisogno, tuttavia mantenere un clima aperto e accogliente favorirà sempre il dialogo. Ecco alcune accortezze da tenere a mente:

  • Tono sereno: Evitate drammatizzazione o eccessiva enfasi emotiva. Più voi siete tranquilli, più lui si sentirà al sicuro.
  • Verità calibrata sull’età: Dite la verità, ma adattata a ciò che può capire. “Alcuni bambini nascono nella pancia della mamma, tu sei nato nella pancia di un’altra signora che non poteva tenerti.”
  • Porta sempre aperta: “Se hai domande, anche tra un anno o dieci anni, puoi sempre chiedere.” Questo toglie il peso di dover dire tutto subito.
  • Accogliete le emozioni: “È normale che tu ti senta triste/arrabbiato/confuso quando pensi a questo.” Non minimizzate, non negate.
  • Non giudicate: Evitate di dire male o troppo bene dei genitori biologici. “La tua prima mamma non poteva prendersi cura di te” è diverso da “Ti ha abbandonato perché era cattiva.”

Parlare delle origini è nostra responsabilità. Non del bambino, che non deve proteggerci. Non degli assistenti sociali. Non del destino.

Siamo noi a creare il clima emotivo della famiglia, i custodi delle informazioni, possiamo in ogni momento scegliere di aprire o chiudere questo spazio di un dialogo da vivere INSIEME e UN GIORNO ALLA VOLTA!

Per approfondire:


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