Esiste un momento, nel percorso adottivo, che somiglia a un rintanarsi nel buio. È quel tempo che inizia il giorno dopo aver ottenuto l’idoneità o l’esito positivo dal Tribunale. Sulla carta, siete pronti. Nella realtà, entrate in un “limbo” fatto di telefoni controllati ossessivamente, di email che non arrivano e di un silenzio che, giorno dopo giorno, diventa assordante.
È una fase paradossale: la burocrazia ha finito i suoi passi più pesanti, eppure è proprio ora che il carico emotivo rischia di diventare insostenibile, forse, perché la burocrazia per quanto noiosa, possiamo controllarla, i silenzi dell’attesa e i carichi emotivi che si portano dietro un po’ meno
La tempesta dentro e fuori la coppia
In questo tempo sospeso, il silenzio non è mai vuoto. È pieno di domande senza risposta, di paure che ognuno dei due partner mastica in modo diverso. C’è chi si chiude, chi si perde nell’attivismo, chi cerca di proteggere l’altro finendo per allontanarsi.
Quel progetto che doveva unirvi rischia di diventare il luogo in cui gli equilibri si incrinano.
Spesso la reazione più naturale è quella di cercare un colpevole, e “il sistema” è il bersaglio più ovvio. Gli uffici che non comunicano, la discutibile modalità delle convocazioni multiple nelle adozioni nazionali — dove la mancata telefonata dopo l’incontro diventa l’unico, muto segnale di un esito negativo — alimentano un senso di ingiustizia profondo. Ci si chiede, con rabbia legittima: “Quanti bambini restano soli mentre noi restiamo qui bloccati in questo ingranaggio rotto?”
È una narrazione che aiuta a dare un nome al dolore, ma che rischia di lasciarci fermi, ripiegati su un’impotenza che consuma. I dati (che ci dicono come il numero di minori dichiarati adottabili sia purtroppo di gran lunga inferiore alle coppie idonee) offrono una spiegazione razionale, ma non curano le ferite del cuore.
Il silenzio nelle relazioni prossime
A questo si aggiunge la fatica sociale. Gli amici e i parenti, pur con le migliori intenzioni, spesso oscillano tra la compassione e un certo buonismo motivante (“Che bella scelta che avete fatto”, “Quel bambino sarà fortunato”). Sono parole che non tengono conto della complessità del vostro dolore. Per proteggervi, spesso scegliete di far calare il silenzio anche con chi vi è più vicino, isolandovi in una bolla che però col tempo diventa troppo stretta per respirare.
Cosa possiamo fare oggi?
Se non possiamo cambiare i tempi di un tribunale o la sensibilità di un funzionario, cosa è in nostro potere? Sicuramente le abbiamo sentite tutte:
- provate a visualizzare il momento in cui arriverà vostro figlio a casa, iniziate a preparare il nido facendo spazio a casa vostra
- fate un viaggio e rilassatevi…perchè poi non potrete farlo più
- pensate positivo, non lasciatevi abbattere dalle negatività
- avete mai provato la meditazione?
In assenza di ricette (che non esistono mai) “abitare l’attesa” in modo diverso e con il giusto sguardo forse può essere una via da seguire:
- Smettere di guardare il telefono come un giudice: La vostra validità come coppia e come futuri genitori non dipende da quella chiamata. Quella chiamata è un evento burocratico; il vostro desiderio è un atto d’amore che ha già valore in sé.
- Un mancato approfondimento non è una sentenza: capita che si viene convocati per un abbinamento ma venga scelta un’altra coppia, ci si sente esclusi, tagliati fuori e si resta dentro queste convinzioni, piuttosto che viverle come tappe intermedie del percorso, un po’ come la carta degli imprevisti del Monopoli. In questi casi un cambio di prospettiva importante è spostare lo sguardo, accanto allo sconforto del non essere stati scelti, c’è comunque il valore di essere stati convocati, di non essere “invisibili”.
- Trasformare la rabbia in cultura: Invece di subire passivamente le falle del sistema, possiamo scegliere di dar loro voce. Raccontare queste dinamiche, parlarne apertamente, significa fare “cultura dell’adozione”. Significa spiegare al mondo che l’attesa non è un vuoto, ma un tempo di gestazione emotiva che merita rispetto e tutela.
- Cercare uno spazio protetto: Il tribunale e i servizi sociali forse non sono i luoghi deputati ad accogliere il vostro sconforto. Per questo esistono le realtà associative.
Non siete soli: il valore del muto aiuto
A Palermo e in tutta Italia, il mondo dell’associazionismo è una risorsa preziosa e non “competitiva”in competizione”. Esistono tantissime realtà alle quali potersi rivolgere per trovare chi quel silenzio lo ha già attraversato o lo sta vivendo proprio ora.
All’improvviso Noi nasce proprio da una connessione profonda di aiuto reciproco. Siamo famiglie adottive che hanno deciso di non lasciare che quel silenzio diventasse un muro.
Attraverso i nostri sportelli informativi, i colloqui di coppia, i gruppi di confronto e, soprattutto, i percorsi di cura e accompagnamento per chi è “in attesa”, offriamo un luogo dove poter dire: “Ho paura, sono arrabbiato, vorrei mollare tutto” senza sentirsi giudicati.
Incontrare altre coppie, condividere le storie e confrontarsi con professionisti (psicologi, counselor, assistenti sociali) non velocizza i tempi di un abbinamento, ma accelera la vostra capacità di restare in piedi. È dentro l’associazione che la scommessa fatta all’inizio del percorso ritrova ossigeno.
Restare ripiegati su se stessi non farà suonare quel telefono prima. Aprirsi agli altri, invece, permette di trasformare quel “silenzio assordante” in un dialogo fecondo. Perché l’adozione non è una sfida contro un sistema, ma un cammino che si fa insieme, passo dopo passo, fino a quando, un giorno, non sarà più solo “vostro”, ma diventerà la storia di vostro figlio.
Ti va di condividere la tua storia? Contattaci subito e partecipa al prossimo incontro del gruppo attesa!
Per approfondire:
- “I tempi dell’attesa” di Antonio D’Andrea: considerato un vero manuale per non smarrirsi durante il percorso
- “Il momento tanto atteso” di Monya Ferritti: offre coordinate psicologiche per affrontare l’attesa consapevole
- “Il padre sospeso” di Fabio Selini: una preziosa prospettiva maschile sulla storia dell’adozione
- “Appunti di viaggio” di Elena Poma
- “Io prima di noi. L’attesa dell’adozione da parte dei figli” (a cura di Giuseppina Facchi): un volume che dà voce ai bambini che attendono in istituto, aiutando i futuri genitori a comprendere il vissuto di chi arriverà