Accogliere un figlio in tenerissima età, fin dai suoi primi giorni di vita neonatale, racchiude in sé una magia densa e totalizzante. C’è il calore dei primi baci, il ritmo condiviso del sonno, la dolcissima sensazione che l’amore e la cura possano allontanare ombre e rotture antecedenti.
Eppure, anche nei percorsi adottivi iniziati all’alba della vita del bambino, arriva inevitabilmente il momento in cui ferita e memoria chiedono di essere ascoltate.
Abbiamo già parlato delle“domande difficili” e della loro imprevedibilità, oggi, fortunatamente, è ormai fuori discussione e ampiamente interiorizzato il principio che nessuna coppia nasconda le origini e il passato del minore. Tuttavia, sebbene la consapevolezza sull’importanza di una comunicazione aperta sia ormai un patrimonio condiviso, l’insorgere delle prime domande e della curiosità del bambino verso il proprio passato dà comunque il via, all’interno della coppia, a nuovi e spesso inaspettati turbinii emotivi.
Emerse spesso in modo inaspettato, durante un gioco o la lettura di una fiaba, queste domande scardinano la quiete familiare, sollevando dubbi profondi: Qual è il momento giusto per parlarne? Come gestire la paura di ferirlo o, al contrario, di essere esclusi da quel luogo segreto del suo cuore?
L’immenso amore, il desiderio e la scelta consapevole operata dai genitori adottivi non possono cancellare l’impatto della ferita originaria: la percezione, profonda e spesso pre-verbale, di non essere stati «scelti» o trattenuti dalla madre di nascita.
Anche il bambino accolto da neonato sperimenta nel proprio corpo e nel proprio inconscio la transizione e l’interruzione di quel primo legame simbiotico. Le fasi di elaborazione, per quanto oggi non si usi più nascondere la storia del minore, sono diverse, originali, complesse e inaspettate.
Man mano che crescono, i bambini iniziano a compiere piccoli, delicati tentativi di esplorazione.
Cominciano a porsi domande sulla propria nascita e, intuitivamente, avvertono la vulnerabilità dei propri genitori adottivi su questo tema. Sono delle “prove tecniche di trasmissione” in cui magari, evocando la mamma biologica si cerca di capire non solo quanto disagio creino al proprio genitore adottivo, ma anche quanto ne generino interiormente, per questo spesso, questi “test” si bloccano quasi sul nascere nonostante la reazione dei genitori sia quella di apertura e disponibilità al dialogo. Arresti da non interpretare come fallimenti comunicativi, piuttosto come il segnale che ogni membro del nucleo familiare si muove secondo un proprio orologio emotivo.
Un gioco di specchi e di domande dove tutti gli attori necessitano di tempi di elaborazione e riflessione.
Da un lato ci sono i genitori, che pur conoscendo la teoria della trasparenza, devono fare i conti con l’impatto reale delle parole del figlio, metabolizzando l’ansia di non essere “abbastanza” o la paura di riaprire un dolore. Dall’altro c’è il bambino, che ha bisogno di tempo per elaborare le informazioni che riceve e che, altrettanto spesso, fa un passo indietro per proteggere i genitori dal proprio stesso bisogno di sapere, temendo di ferirli.
Rispettare questi tempi significa accettare che la verità non si trasmette in un unico grande discorso, ma si costruisce a cerchi concentrici, lasciando al bambino lo spazio per digerire ogni risposta prima di formulare la domanda successiva, e ai genitori il tempo di respirare e ricalibrare la propria risonanza emotiva.
Accettare di non poter proteggere sempre e a tutti i costi il proprio figlio dalle delusioni, dalle ferite e dalle scoperte legate alla sua storia personale è il più grande atto di fiducia che un genitore possa compiere. Le ferite del passato appartengono al bambino; compito della famiglia adottiva è stare al suo fianco, sostenerlo mentre le guarda e aiutarlo a trasformarle in cicatrici sane su cui edificare il proprio futuro.
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